L'estate lontana disegnava cerchi di luce sui vetri scuri dei grattacieli. Correva la sua immaginazione come una lucida macchina lungo la via, chilometri di aria più in basso, e affacciato sull'abisso, la guidava con la punta delle dita: nei sotterranei della metropoli, per gli infiniti tunnel umidi e intricati, e poi dentro le nuvole rosate, dove l'azzurro, fresco e gocciolante, scivolava sulla schiena, attraversava la pelle e... ridonava la vita! Toccò sui vetri la luce verde animata dalle finestre-scanner. Quel finto cielo entrato nella stanza ovale, gli procurò un invadente colpo di tosse. Aveva bisogno di aria fresca e non di aria pesante da condizionatori. Cercò, quasi disperato, la maniglia per aprire la finestra. Aria, aria, aria! Poi ricordò! Niente aperture nei palazzi di Upcity! Si guardò intorno ancora alcuni istanti, prima di decidere di allontanarsi. A momenti sarebbe giunta la sera e la Domanda, come tutte le sere, gli sprigionava piccoli impulsi sulle tempie, brillando negli occhi di un verde stanco e triste. Dimenticò qualche impronta dei suoi stivali neri lungo il
tubolare corridoio di alluminio
, e trascinò, veloce, l'ondeggiante ombra di petrolio del suo soprabito all'interno dell'ascensore. Qualche piano ancora. All'uscita dell'ascensore il raggio rosso dei riconoscitori oculari,
Alla prossima, 30 millesimo visitatore: Virgo Anders
gli rubò ancora una volta l'anima dagli occhi, mentre si gettava fuori, all'aria aperta, dentro quel tramonto moltiplicato, ripetuto nel mosaico di finestre di Upcity. Milioni di tramonti, echi muti ricreati dalle finestre-scanner sui vetri dei palazzi, e uno solo reale, inafferrabile, lassù, nascosto agli occhi pigri. Immerso in quei fiumi nebulosi di rosso, si trovò il solo puntino nero tra i colori rapiti al cielo. Un momento e tutto tornò buio. "La loro presunzione è insopportabile!" disse, sputando disprezzo ai suoi piedi.
Nome - Virgo Anders Occupazione - Sconosciuta Domicilio - Undercity Anni - 28 Data di nascita - 26/04/2103
Il suo nome pronunciato da macchine parlanti e uomini meccanici e dimenticato un solo attimo più tardi, non era che un granello di polvere in una vecchia casa ammuffita. Virgo Anders! La ripetizione insensata di quel nome lo aveva nauseato... e lo aveva sostituito con uno nuovo, sconosciuto, suo. Si sfiorò il cuore e lo sentì duro e rugoso. Memoria di un passato senza presente, A e R erano le iniziali sopravvissute sulla copertina del libro, che giaceva nella tasca del soprabito. Guardò il cielo. Nessun cielo in città, solo il bagliore lontano della cupola di protezione. Ma i suoi occhi vagabondi lo videro e seguirono la scia del sorgere e del tramontare della sua luna piena, il rotolare lento di quella boccia increspata. Camminava piano in mezzo alle vie notturne di Upcity, odiate, ma comunque sue. Camminava, a caso, in cerca di magia in quella città. Se l'invenzione delle finestre-scanner lo aveva affascinato da bambino, ora non bastava più ad accendere la scintilla... Nascosta dietro un angolo la figura nera del vento e polvere che si alzava in vortici. E le forme allungate della notte, ondeggianti e subito scomparse, lasciate indietro dal suo passo fermo. Un rumore fischiante turbò le sue spalle. La solita vettura a mezz'aria. Il solito taxi giallo, che nascondeva, dietro il vetro appannato, i soliti occhi di donna. Non capiva niente, lui, di quei colori abbaglianti e lussuosi... Di quegli occhi distratti... A.R. con lo sguardo seguì l'ombra gialla davanti a lui; per un attimo tenne con sé l'immagine della donna incipriata e poi s'inabissò, scendendo lento i gradini del tunnel.